Eruzione: "Effetti anche sul clima…

…ma non permanenti".

L’eruzione dell’Eyjafjallajkull in Islanda non provoca solo danni al traffico aereo ma "potranno esserci anche effetti rilevabili sul sistema climatico".

Effetti che potranno essere "stimati solo quando sara’ terminata l’eruzione" ma che comunque non saranno "permanenti sulle attuali tendenze al riscaldamento globale del pianeta".

Insomma si trattera’ di "un evento circoscritto nel tempo" la cui portata "e’ ancora da determinare". A rilevare lo scenario sono gli esperti di clima dell’Enea che stanno guardando con la massima attenzione alle conseguenze che l’eruzione del vulcano sotto il ghiacciaio Eyjafjallajkull in Islanda potrebbe provocare al clima gia’ in crisi del nostro pianeta. Uno scenario ben fotografato dal Physical Sciences Division, Earth System Research Laboratory, Noaa, Boulder, Colorado, che ha messo nero su bianco la mappa di come si e’ manifestata la circolazione atmosferica sul Nord Atlantico e sull’Europa del 14 aprile scorso, giorno in cui il potente vulcano sotto i ghiacci dell’Islanda e’ diventato una star sui media di tutto il mondo a cuasa della sua eruzione che ha sconvolto il trasporto aereo di interi Paesi nel mondo. "L’eruzione dell’Eyjafjallajokull del 14 aprile -spiegano gli esperti del clima dell’Enea- ha proiettato in atmosfera ad una quota di 4-5 chilometri una massa calda di polveri e gas". "Contemporaneamente, -proseguono- un nucleo di alta pressione al largo delle coste irlandesi, accoppiato ad una bassa pressione sulle Azzorre, formava una configurazione della circolazione atmosferica nota ai meteorologi con il nome di blocco atlantico". E per i ricercatori dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile "questa configurazione, caratterizzata da venti intensi da Nord sull’Europa, e’ in grado di persistere per diversi giorni". E non solo. "Il blocco atlantico -spiegano- ha trasportato rapidamente la nube di polvere verso l’Europa dove la nube ha trovato le condizioni ideali per disperdersi sul continente". Un evento che provoca alti rischi per la circolazione aerea come registrato in altre eruzioni vulcaniche.

"Come gia’ accaduto nel caso del vulcano El Chichon nell’aprile 1982, l’eruzione nell’Islanda sta causando gravi danni al traffico aereo. Per l’eruzione dell’Eyjafjallajokull -spiegano ancora gli scienziati dell’Enea- la situazione e’ aggravata dal fatto che la nube intercetta gran parte delle rotte polari fra Europa e America del Nord". Ma non sono solo i rischi sul traffico aereo a tenere in allerta i ricercatori. Oltre alle conseguenze sul traffico aereo, infatti, per gli scienziati "potranno esserci effetti rilevabili anche sul sistema climatico". "Le polveri e l’anidride carbonica prodotte dalle eruzioni vulcaniche -sottolineano- generano effetti contrastanti sulla temperatura. L’aumento di anidride carbonica, inoltre, tenderebbe ad aumentare temporaneamente l’intensita’ dell’effetto serra". "Tuttavia -aggiungono- l’effetto di gran lunga piu’ rilevante e’ quello dovuto alle polveri. Perche’ a seconda della consistenza e del tipo di eruzione, la nube vulcanica forma uno strato di polveri che puo’ arrivare a rivestire tutta l’atmosfera terrestre". "Questo strato -continuano i ricercatori dell’Enea- funziona da schermo e da specchio per la radiazione solare provocando un importante riscaldamento della stratosfera, cioe’ sopra la nube, e un raffreddamento dei bassi strati dell’atmosfera, sotto la nube. Le conseguenze di un’eruzione particolarmente ricca di composti attivi dal punto di vista dell’interazione con la radiazione solare, i solfati, vengono pero’ osservate solitamente durante i due anni successivi all’evento".

Gli esperti dell’Enea, quindi, sottolineano che "il riscaldamento della stratosfera puo’ superare, come nel caso dell’eruzione del Pinatubo nel Giugno 1991, gli 0.5°C a scala planetaria con conseguente impatto su tutta la circolazione atmosferica". Ma il fenomeno non si limita qui. "Nella bassa atmosfera le conseguenze delle eruzioni sull’abbassamento delle temperature globali -affermano i ricercatori- sono meno evidenti anche se nel passato si sono verificati casi eccezionali". E’ il caso dell’eruzione dell’aprile 1815 del Monte Tambora, in Indonesia, che provoco’ un tale abbassamento della temperatura da trasformare il 1816 in un anno senza estate. "Tuttavia, -assicurano gli esperti del clima dell’Enea- la Piccola Era Glaciale, un lungo periodo di basse temperature sull’Europa culminato intorno al 1600, stava per terminare e, nonostante il Tambora, la tendenza al riscaldamento continuo’ durante gli anni successivi". "Oggi, -spiegano ancora- la fine della Piccola Era Glaciale si fa convenzionalmente risalire al 1850 e il riscaldamento del pianeta non si e’ arrestato. I modelli numerici utilizzati per le previsioni climatiche sono molto sensibili a questo tipo di eventi. Ma solo quando sara’ terminata l’eruzione, si potranno eseguire stime quantitative delle sue conseguenze sul sistema climatico". Quindi per gli esperti dell’Enea bisogna aspettare per avere risposte concrete. "Non si trattera’ comunque -concludono- di un effetto permanente sulle attuali tendenze al riscaldamento globale, ma di un evento circoscritto nel tempo la cui portata e’ ancora da determinare".Il vulcano situato sotto il ghiacciaio Eyjafjallajokul, nel sud ovest dell’Islanda, e’ entrato in attivita’, per la prima volta dal 1821, il 20 marzo scorso, poi mercoledi’ 14 aprile e’ avvenuta la seconda eruzione che ha causato lo scioglimento del ghiacciaio e gravi inondazioni in tutta la regione. (Adnkronos)


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