Bomba d’acqua del 19 novembre 2013: cosa è successo?

Proponiamo una breve analisi delle condizioni atmosferiche che hanno generato le intense piogge che hanno interessato estese zone del catanzarese e del crotonese nella mattina del 19 novembre 2013.

In primis, giusto per dare l’idea della portata del fenomeno, proponiamo il quadro dei valori di pioggia registrati nella giornata indagata, tenendo conto che tali quantità non si sono certo scaricati in 24 ore, bensì, in 2 o al massimo 3 ore, mostrando la mappa geografica con localizzazione delle città e dei relativi valori cumulati (in rosso è evidenziata l’area maggiormente colpita):

 

Tali imponenti piogge sono state provocate da una interessante quanto non frequentissima combinazione di correnti alle differenti quote.

Si noti ad esempio la mappa di venti ed umidità alle ore 6:00 utc per le diverse quote: 

In particolare, molto importante risulta il richiamo dell’umidità presente sullo Ionio meridionale, grazie proprio agli intensi venti da SE visti nella prima delle figure sinottiche; umidità che ha costituito il “serbatoio d’energia” indispensabile allo scoppio della cosiddetta “bomba d’acqua”.

 

Ricapitolando:

Al suolo, i venti sono da SE forti con ur elevatissime;

A 850 hPa (1450 m slm circa), i venti sono da S forti con ur alte;

A 700 hPa (3000 m slm circa), i venti sono da SSW forti con ur alte;

A 500 hPa (5560 m slm circa), i venti sono da SW forti con ur alte.

Insomma, ur alta a tutte le quote e venti che a partire dal suolo per arrivare in quota ruotano da SE a SW: ricordiamo che questa è una delle condizioni base per l’instaurarsi delle cosiddette “supercelle”, fenomeni temporaleschi di straordinaria intensità, capaci di produrre anche tornado (le cosiddette “trombe d’aria”).

Ecco quindi le fasi in cui si è sviluppato il fenomeno disastroso denominato "bomba d'acqua":

1) alta umidità al suolo veicolata da venti da SE dall’estesissimo braccio di mare Ionio che si affaccia sulle coste ioniche catanzaresi e reggine;

2) impatto di tali venti contro Aspromonte, Serre Vibonesi e Sila Greca;

3) risalita di tali venti carichi d’umidità lungo le pendici est di tali monti; aria già molto umida in partenza che, quindi, si instabilizza per convezione forzata e salendo di quota condensa in maniera turbolenta con formazione di nubi anche temporalesche (cumulunembi);

4) venti in quota da SW che dirigono tali nubi temporalesche di neo-formazione da sud-ovest verso nord-est, andando quindi ad interessare tutti i versanti ionici reggini, catanzaresi e crotonesi.

5) quando i venti al suolo hanno cambiato la loro direzione di provenienza disponendosi da SW, hanno convogliato sulla zona correnti con grado di umidità molto inferiore non impattanti, inoltre, su serre vibonesi e pendici sud della Sila Grande e quindi non costretti a brusche risalite di quota, causa di quelle turbolenze che danno tipicamente origine ai fenomeni temporaleschi:

A proposito della fase 5 si noti cosa succede all’umidità convogliata sulla zona, quando i venti al suolo, dalle 7:00 in poi ruotano velocemente da SE a SW: riduzione repentina che ha provocato il rapido esaurimento del fenomeno.

 

Ultima osservazione: per fortuna l’intensità del vento a 300 hPa (circa 9.000 m slm), cioè la jet stream, non ha raggiunto valori molto elevati (vedasi figura successiva), altrimenti l’effetto “risucchio” dall’alto sarebbe stato più vigoroso con convezione forzata più intensa e formazione di fenomeni temporaleschi che, a quel punto, sarebbero risultati di magnitudo ancora più devastante.


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